Jazz nel pomeriggio

giovedì 23 marzo 2017

Milo’s Other Samba (Gary McFarland)

 È senz’altro un limite dei miei ascolti, ma non conosco altri assoli di ottavino nel jazz. Qui ce n’è uno di Jerome Richardson in una composizione-arrangiamento di Gary McFarland che comincia da bossa jazzata come in quegli anni se ne saranno fatte mille ma poi, come in certi pezzi sudamericani di Kenton, si sbilancia, si sfrangia e si spappola in un delirio coloristico di percussioni, impasti e timbri improbabili (l’oboe*, l’ottavino appuno), modulazioni strane, frasi metricamente dislocate e soprattutto frequenze acute, acutissime.

 McFarland era un originale che non si dava pensiero di esserlo, e ne riparleremo. Meglio ancora, lo risentiremo.

* Suonato da Richie Kamuca!

 Milo’s Other Samba (McFarland), da «Profiles», Impulse! A-9112. Bernie Glow, Clark Terry, Joe Newman, Bill Berry, John Frosk, tromba; Bob Brookmeyer, Jimmy Cleveland, trombone; Bob Northern, corno; Jay McAllister, tuba: Phil Woods, Jerry Dodgion, sax alto, flauto; Zoot Sims, sax tenore; Richie Kamuca, sax tenore, oboe; Jerome Richardson, ottavino; Gabor Szabo, Sam Brown, chitarra; Richard Davis, contrabbasso; Joe Cocuzzo, batteria; Tommy Lopez, percussioni; Gary McFarland, vibrafono, direzione. Registrato il 6 febbraio 1966.

mercoledì 22 marzo 2017

Au Privave (Jimmy Smith)

 Gli organisti sono comparsi spesso su Jnp; direi che i principali praticanti dello strumento vi siano passati tutti, certi più di una volta e più di due, e anche qualche minore. E allora è un po’ strano che il più famoso e per comune consenso il più bravo si sia sentito una volta sola, molti anni fa e in un disco neanche tanto significativo, il suo primo.

 La spiegazione è questa: a mio gusto non è Jimmy Smith il migliore degli organisti jazz, anche se può dirsene il più rappresentativo ed è sicuramente un solista di vaglia e storicamente importante; io gli preferisco altri, come Larry Young, Shirley Scott, Trudy Pitts o, per restare in ambito stilistico più affine a quello di Smith, Charles Earland, per dire. Ad ogni modo eccolo qui, Jimmy Smith, in uno dei suoi Blue Note più famosi e migliori, del 1957, in una jam su un blues parkeriano che a me piace molto per il modo particolare, sghembo, in cui la melodia del tema posa sul metro di base.

 Nel blues Smith faceva sempre un figurone, devo dire, anche grazie al basso molto efficace della sua mano sinistra (e dirò anche che la compagnia aiuta, anche se Lou Donaldson ci sta un po’ come il classico vaso di coccio); non così, sempre secondo me, nel resto del repertorio e soprattutto nei tempi medi e lenti, dove tendeva spesso a gremire gli assoli di note con il risultato che, per il noto clic dell’attacco della nota nell’Hammond, strumento il cui suono è già piuttosto materiale, gli assoli risultavano alla fine rumorosi e confusi.

 Au Privave (Parker), da «House Party», Blue Note. Lee Morgan, tromba; Lou Donaldson, sax alto; Tina Brooks, sax tenore; Jimmy Smith, organo; Kenny Burrell, chitarra; Art Blakey, batteria. Registrato il 25 agosto 1957.

martedì 21 marzo 2017

Livery Stable Blues (Original Dixieland Jass Band)

 Manco giusto di un mese il centenario esatto: il 25 febbraio del 1917 usciva uno shellac, un 78 giri, che su un lato aveva Livery Stable Blues e sull’altro Dixieland Jass Band One Step. Passa per essere il primo disco di jazz e credo sia vero; non discuto sul suo valore o su altre questioni pure importanti. Resta il fatto che questo fu il primo disco, in qualunque genere, a vendere un milione di copie e fu il disco che rese noto al mondo questo monosillabo, jazz, che come poche altre cose ha cambiato il mondo.

 A me Livery Stable Blues della Original Dixieland Jass Band piace un casino, mi è sempre piaciuto; non è bello? E chi se ne frega: fra fischi e raschi escono ancora tutti interi lo shock e l’eccitazione che dovette provocare questa musica antigraziosa (altro che il rock) in quell’anno: l’anno, lo ricordo, che vedeva culminare il primo massacro su scala mondiale operato con mezzi industriali e aprirsi così una strada senza ritorno.

  Viva viva l’ODJB e quel cialtrone di Nick La Rocca!

 Livery Stable Blues (Lopez-Nunes), da «Original Dixieland Jazz Band – Tiger Rag», Retrospective. Original Dixieland Jass Band: Nick La Rocca, cornetta: Eddie Edwards, trombone; Larry Shields, clarinetto; Henry Ragas, piano; Tony Spargo, batteria. Registrato il 25 febbraio 1917.

lunedì 20 marzo 2017

Greasy Kid Stuff (Harold Mabern) RELOADED

   Reload dal 2011 

 Harold Mabern è un altro formatosi alla scuola di Memphis, la stessa dalla quale sono usciti, fra molti, Booker Little e Frank Strozier, due comparsi di recente su questi schermi. In questo disco del 1970 apprezzerai lo stile bluesy di Mabern, le sue orecchiabilissime e ingegnose composizioni, Lee Morgan, naturalmente, e Hubert Laws, che si sente di norma suonare il flauto come un fauno e che qui suona un sax tenore sorprendentemente, e molto piacevolmente, gutsy

 Greasy Kid Stuff (Mabern), da «Greasy Kid Stuff!», Prestige PR 7764. Lee Morgan, tromba; Hubert Laws, sax tenore; Harold Mabern, piano; Buster Williams, basso elettrico; Idris Muhammad, batteria. Registrato il 26 gennaio 1970.

domenica 19 marzo 2017

Can’t We Be Friends? – Thou Swell (Buck Clayton)

 Jazz a merenda, un’offerta pomeridiana domenicale di Jnp. Post-promemoria per ricordare a me stesso di parlare una volta o l’altra di Buck Clayton.

 (Bello e inaspettato, dal minuto 03:00 di Thou Swell, il mezzo chorus d’improvvisazione simultanea di tromba, sax e piano).

 Can’t We Be Friends? (James-Swift), da «Buck & Buddy», [Prestige] OJCCD 757-2. Buck Clayton, tromba; Buddy Tate, sax tenore; Sir Charles Thompson, piano; Gene Ramey, contrabbasso; Mousey Alexander, bateria. Registrato il 20 dicembre 1960.

 Thou Swell (Rodgers-Hart), id.

Myself When Young – Wax & Wane (Dorothy Ashby)

 Di Dorothy Ashby si sarebbe forse parlato di più se avesse scelto uno strumento jazzisticamente più mainstream dell’arpa (ma Jnp ha la coscienza tranquilla a proposito). Del resto, si fosse illustrata come pianista – ed era anche pianista di vaglia –  Dorothy avrebbe quasi certamente avuto una visione meno angolata e fantasiosa della musica e forse non avrebbe costeggiato, come fa in questo disco o in «Afro-Harping» dell’anno prima, l’exotica e una marca molto particolare di fusion, con risultati molto personali e sempre musicalissimi.

 Rubaiyat è il titolo con cui è nota in Occidente una scelta di componimenti del poeta e polìmate persiano Omar Khayyám (1048-1131). La suggestione è forte ma resta generica; la Ashby collabora strettamente con quel bel personaggio che è stato Richard Evans, qui arrangiatore (le composizioni sono tutte dell’arpista), per figurarsi un sogno a episodi, «orientalista», lucidamente psichedelico, soavemente funky e cinematografico nell’immaginario, in cui si esibisce con eleganza anche come cantante ed esecutrice di koto, Dorothy Shahrazad.

 Myself When Young (Ashby), da «The Rubaiyat of Dorothy Ashby», [Cadet] Dusty Groove DGA 3002. Dorothy Ashby; Lenny Druss, flauto, oboe, ottavino; Stu Katz, vibrafono; orchestra arrangiata e diretta da Richard Evans. Registrato nel novembre 1969-gennaio 1970.

 Wax & Wane (Ashby), id. più Fred Katz, kalimba.

sabato 18 marzo 2017

Tough Touff – Soulsville (Cy Touff)

 Nel jazz come in altri generi e anche in altre arti che non siano la musica, io ho il gusto vagamente pedante, vagamente gramo per lavori di pura scuola, quelli così esattamente e senza residui conformi alle più schematiche definizioni da manuale di uno stile da sembrare quasi composte ex post, sulla base di quel ricettario. Trovarne di così puri in questo senso non è neanche tanto facile ma forse lo è più che altrove nel genere West Coast.

 Direi che Cy Touff, il solista di tromba bassa già visto da queste parti, soddisfi il requisito.

 Ma, ma… Capita che Touff non fosse californiano per niente, ma di Chicago, né lo fosse alcun altro membro del quintetto presente, originari tutti di Massachusetts e Illinois; e che a Chicago il disco sia stato registrato. Questa musica sarà meno «californiana» per questo?

 Dubbi, dubbi…

 Tough Touff (Wilkins), da «Touff Assignment», Argo LP 641. Cy Touff, tromba bassa; Sandy Mosse, sax tenore; Ed Higgins, piano; Bob Cranshaw, contrabbasso; Marty Clausen, batteria. Registrato nell’agosto 1958.

 Soulsville (Cohn), id.

venerdì 17 marzo 2017

What Do You Do After You Ruin Your Life – Your Molecular Structure (Mose Allison)

 Mose Allison, a me molto caro come pianista, cantante, compositore e lyricist, ambiti tutti che frequentò con uguale talento e suonava bene anche la tromba, ci ha lasciati giusto quattro mesi fa, poco men che novantenne.

 Chi sa perché, parlando dei grandi cantatutori, singer-songwriter, americani si fanno sempre i soliti tre o quattro nomi, raramente il suo o quello di Dave Frishberg. Boh. Se fossi un rompiballe complottista sospetterei un pregiudizio avverso al jazz o forse all’umorismo (a proposito, does humor belong in jazz?).

 Qui, nel 1976, Mose era con accompagnatori e ospiti di prima classe.

 What Do You Do After You Ruin Your Life (Allison), da «Your Mind Is On Vacation», Atlantic 8122765972. Mose Allison; Jake Hannah, contrabbasso; Jerry Granelli, batteria. Registrato nel 1976.

 Your Molecular Structure (Allison), id. più Al Porcino, tromba; David Sanborn, sax alto; Joe Farrell, sax tenore.

giovedì 16 marzo 2017

Fat’s Flats – Nostalgia (Sam Noto)

 Sam Noto, trombettista nato nel 1930, presentato qui in un anno già lontano.

 In questo disco, contemporaneo a quello proposto allora, ancora per la Xanadu e sempre con Barry Harris, Noto omaggia Fats Navarro non solo con il suo stile sulla tromba ma con due scelte di repertorio, variazioni navarrine rispettivamente su What Is This Thing… e su Out Of Nowhere (la prima è conosciuta anche come Barry’s Bop).

 La sensazione è di ascoltare un disco di «high bebop», bebop puro, anche se fuori tempo: sono bebop, oltre che il fraseggio, l’eccitazione per la velocità e il gusto per la sorpresa, per l’esorbitante, con i quali Noto addirittura trascina un altro bebopper indomito come Harris, uno che certo non aveva bisogno di essere trascinato.

 Bassi colossali di Leroy «the Walk» Vinnegar.

 Fat’s Flats (Navarro), da «Entrance!», Xanadu 103. Sam Noto, tromba; Barry Harris, piano; Leroy Vinnegar, contrabbasso; Lenny McBrowne, batteria. Registrato il 2 marzo 1975.

 Nostalgia (Navarro), ib.

mercoledì 15 marzo 2017

O Grande Amor – Gettin’ It Togetha’ (Bobby Timmons)

 Non può dirsi di sicuro un sottovalutato Bobby Timmons, che ha avuto oltretutto carriera e vita molto brevi, ma le storie lo relegano un po’ sbrigativamente, sia pure con distinzione, nel soul jazz di cui pure fu parte importante, come pianista e compositore.

 Al di là di quell’ambito che contribuì a definire, si trattava di un pianista personale e raffinato. Ascoltane qui  il fraseggio deliziosamente individuale, attento in modo insolito ai valori dinamici della musica e mai sprovvisto di un senso di avventura e di sorpresa: sembra più volte, soprattutto nel pezzo di Jobim, quasi volersi fermare su un inciso, perplesso a cavallo delle stanghette di battuta, indifferente al procedere inesorabile della ritmica, con esiti quasi malwaldroniani, ma senza la filosofica cupezza di quel pianista. Questi tratti linguistici del suo solismo sono ben serviti dalla curiosa composizione seguente, Gettin’ It Together’: otto sole battute che sembrano dover modulare, cioè andare armonicamente da qualche parte, e invece non vanno da nessuna parte, ricadendo sulla dominante.

 Insomma, Timmons era un musicista sempre presente e vigile, che non lasciava mai o quasi mai che le mani pensassero al posto suo, come succede spesso anche i jazzisti più dotati e a tutti gli altri quasi sempre.

 Tootie Heath è, come sempre, la perfezione, uno dei batteristi più musicali.

 O Grande Amor (Jobim), da «Chun-King», Prestige PR 7351. Bobby Timmons, piano; Keter Betts, contrabbasso; Al «Tootie» Heath, batteria. Registrato il 12 agosto 1964.

 Gettin’ It Togetha’ (Timmons), ib.

martedì 14 marzo 2017

Monk Suite – House Party Starting (Duo PasCal)

 Senza ritmica né front line ma con il vibrafono, il lezioso e il camerismo finto-MJQ sono in agguato. Il duo PasCal non ci casca. House Party Starting di Herbie Nichols – bellissima scelta – riceve un trattamento simile a quello che alle composizioni di Nichols ha dato Dave Douglas. Nella Monk Suite, tre composizioni sono fatte combaciare armonicamente sulla base di un’unica, elastica pulsazione.

 Monk Suite: Crepuscule With Nellie, Four In One, Think Of One (Monk), da «Tutto Normale», Palomar 24. Duo PasCal: Pasquale Mirra, vibrafono; Domenico Caliri, chitarra. Registrato nel maggio 2009.

 House Party Starting (Nichols), ib.

lunedì 13 marzo 2017

[Guest post #68] Isa Mei & John Carter

 Era da mesi, forse da un anno, che avevo l’intenzione di proporti uno o due pezzi di questo disco di John Carter; e rimandavo.

 Mi toglie dalle more la
Isa Mei (esordiente nel guest post ma scrittrice di jazz navigata) con questa ricognizione del disco intero, scritta con la vivacità di dettaglio che ritrovo nelle sue bellissime incisioni.


«Non sono mai stato in Africa. Amerei andarci per qualche settimana, unirmi ai musicisti locali, forse registrare un disco e fare concerti con loro. È qualcosa che dovrei fare presto».

                                                         (John Carter in un’intervista a Norman Weinstein, 1989)

 Il disco che ti propongo di John Carter (1929-1991), clarinettista, saxofonista, flautista e compositore americano, appartiene alla produzione tra gli anni ’82-’89, un ciclo di cinque dischi in cui Carter sintetizza la storia della musica afroamericana con elementi storici e antropologici di grande impegno e bellezza e a cui ha dato titolo complessivo Roots and Folklore: Episodes in the Development of American Folk Music. I dischi sono  «Dauwhe» (1982), «Castles of Ghana» (1986), «Dance of the Love Ghosts» (1987), «Fields» (1988), «Shadows on a Wall» (1989). La musica è  una miscellanea  tra blues, swing, avanguardia, minimalismo e marce dixie  che convivono intessendosi l’uno nell’altro sapientemente.

 
Il titolo di quest’album, «Castles of Ghana», richiama  le celle, prive di luce e aria, nelle quali gli schiavi venivano ammassati prima di venire deportati. Sofferenza e morte sono interpretati con una tale forza musicale dove i potenti fiati (e sono molti) pare che urlino, insieme alle linee struggenti del violino (Terri Jenoure), al walking e all’improvvisazione del contrabbasso (Richard Davis),  alle percussioni incessanti di Cyrille e alle voci di tutti. Ma suonano anche la dignità e l’orgoglio di una popolazione distrutta dalla barbarie degli uomini bianchi. «Ci sono proiezioni in musica di quelle forti emozioni che devono aver attanagliato tutti coloro che furono coinvolti in questo dramma» (Carter, dalle note di copertina).

 Riporto alcune righe da Jazz e Africa di Luigi Onori: «John Coltrane e John Carter non sono mai stati in Africa: la terra madre della loro gente non li vide sbarcare in nessuno dei suoi luoghi, suonare per nessuno dei suoi popoli. Destino beffardo, venato di crudeltà, perché il sassofonista e il clarinettista americani seppero cantare  l’Africa in modo alto, a tratti sublime: (…) [Carter] ritessendo in pannelli multicolori i fili di una storia rimossa, dalla dea africana della felicità Dauwhe sino allo spappolamento sociale nei ghetti urbani, in piena epoca reaganiana». Ci viene in mente il premiato Moonlight, film di  Barry Jenkins, che tratta quest’ultimo argomento con sapientissimo piglio cinematografico: generazioni nere ridotte allo sfascio, al degrado assoluto.

 Cresciuto in Texas a Fort Worth (la stessa città di Ornette Coleman, Dewey Redman, Charles Moffett, Bobby Bradford, questi presente nel disco), esponente dell’avanguardia jazz e cultore della musica contemporanea, Carter ci fa vivere la disperazione di quegli uomini privati della libertà e schiacciati nella dignità. Trombe e timpani all’unisono dischiudono il brano in Castles of Ghana, in un tema lunghissimo su cui si innestano assoli, motivi jungle, in un crescendo continuo, in un collettivo che suona sempre più violentemente, tumultuosamente fino alla rottura, alla frammentazione dei motivi. Il silenzio, metafora della rassegnazione, della preghiera e del futuro incerto,  contrassegna il secondo brano, Evening Prayer, con frasi melodiche dilatate, voci lontane, balbettii: «ha la fissità di alcuni pezzi di Roscoe Mitchell e la verve paesaggistica del miglior Ellington» ( Luigi Onori).

 Capture evoca Threadgill, la concezione dell’ensemble creata dall’interazione  dei fiati nel sostrato armonico, il cui principio si trova nella voce corale d’insieme. In Threadgill emerge l’aspetto intellettuale, mentre nell’ottetto di Carter percepiamo pathos e motivi disordinati legati alle improvvisazioni del free jazz . Il fraseggio lungo braxtoniano e astratto del clarinetto caratterizza la parte centrale, mentre l’ultima è segnata dalla velocità delle note: le percussioni del virtuoso Cyrille, del contrabbassista Richard Davis che da prova di un senso acuto della pulsazione, della tromba che si intreccia vertiginosamente al clarinetto in una fuga forsennata, metafora della fuga dello schiavo e del gong che ne segna drammaticamente la cattura.

 Castles of Ghana (Carter), da «Castles of Ghana», Gramavision 18 8603-2. Bobby Bradford, cornetta; Baikida Carroll, tromba; Benny Powell, trombone; John Carter, clarinetto; Terry Jenoure, violino; Richard Davis, contrabbasso; Andrew Cyrille, batteria, percussioni. Registrato nel 1985.

 Capture (Carter), ib.

domenica 12 marzo 2017

Where Or When (Lucky Thompson)

 Where Or When (Rodgers-Hart), da «Accent On Tenor Sax», Fresh Sound FSRCD 355. Ernie Royal, tromba; Jimmy Hamilton, clarinetto; Lucky Thompson, sax tenore; Billy Taylor, piano; Oscar Pettiford, contrabbasso; Osie Johnson, batteria. Registrato nel 1954.

sabato 11 marzo 2017

Crazy Over J-Z (Lester Young)

 Crazy Over J-Z (Young), da «Pres. The Complete Savoy Recordings», Savoy. Jesse Drakes, tromba; Jerry Eliot, trombone; Lester Young, sax tenore; Junior Mance, piano; Leroy Jackson, contrabbasso; Roy Haynes, batteria. Registrato il 28 giugno 1949.